SANTA FIZZAROTTI SELVAGGI - Viviamo un tempo sospeso, alimentato dall’illusione narcisistica di un’onnipotenza che sembra non conoscere limiti. Un tempo che ci ha insegnato a disinfettare le mani nell’anno del Covid, ma non sempre a risanare le relazioni. Da Presidente nazionale dell’Associazione Crocerossine d’Italia ETS da anni per vari motivi ascolto storie, silenzi e fragilità. Ciò che osservo oggi, con crescente preoccupazione clinica e umana, è una profonda confusione nei rapporti interpersonali. Non siamo di fronte a una crisi che può essere soltanto foriera di nuovi orizzonti, ma a una trasformazione culturale che interroga il nostro modo di essere umani. Si è creato uno iato sempre più ampio. Lo iato tra vicinanza e prossimità Siamo vicini come mai prima. Sappiamo tutto di tutti, in tempo reale. Eppure, rischiamo di essere sempre meno prossimi gli uni agli altri. La vicinanza è un dato tecnologico; la prossimità è un atto psichico, una scelta, un lavoro quotidiano. Oggi confondiamo queste due dimensioni. Crediamo che una connessione sia sufficiente a creare un legame. Confondiamo il contatto — quel tocco rapido di un tasto, di un cuore, di un’emoji — con la relazione, che richiede invece presenza, corpo e corporeità, tempo, ascolto e, talvolta, conflitto seguito dalla capacità di riparare. Questo iato si manifesta ovunque: nelle famiglie, dove si sta insieme ma ciascuno rischia di abitare la propria bolla digitale; nelle coppie, dove il silenzio condiviso sembra dover essere riempito da uno scorrere incessante di immagini; nei giovani che ho incontrato in questi mesi a Bari e in altre città italiane e che mi raccontano: «Professoressa, io online sono amato, offline non so cosa dire». È una forma di solitudine particolarmente insidiosa: non quella di chi è isolato o sceglie di stare solo, ma quella di chi è iperconnesso e tuttavia fatica a sentirsi realmente in relazione con gli altri. Anche il ricorso continuo agli schermi e ai videogiochi può diventare, in alcuni casi, un tentativo di colmare un vuoto interiore, di cercare gratificazioni immediate o di sottrarsi a una realtà emotiva difficile da sostenere. Il virus e i freni inibitori vanificati Che cosa è accaduto? Nella nostra complessa vita psichica, la riflessione psicoanalitica ha riconosciuto l’importanza dei freni inibitori e della capacità di contenere le pulsioni. Non si tratta di catene moralistiche, ma di funzioni essenziali per la convivenza: il pudore che custodisce l’intimità e il desiderio, il senso del limite che ci aiuta a riconoscere i confini dell’altro, la capacità di attendere e di tollerare la frustrazione. Senza la possibilità di contenere gli impulsi, il desiderio rischia di trasformarsi in pretesa e la libertà di degenerare nell’indifferenza verso le conseguenze delle proprie azioni. Un vero e proprio virus culturale sembra aver indebolito questi argini. È il virus dell’ir/realtà: una condizione nella quale il virtuale, quando diventa un paradigma assoluto, alimenta l’illusione che tutto sia possibile, subito, senza corpo e senza responsabilità. Un mondo nel quale si può dire tutto senza misurarsi con gli effetti delle proprie parole sul volto dell’altro; nel quale ci si può presentare senza necessariamente mostrarsi per ciò che si è; nel quale si può cancellare qualcuno con un block, come se l’altro fosse un file da eliminare e non una persona. Questo virus presenta almeno tre manifestazioni particolarmente significative. Primo: l’anestesia dell’Altro. L’altro rischia di non essere più un Tu da incontrare, come nella riflessione di Martin Buber, ma un’immagine da utilizzare. Se non mi gratifica, lo scarto. Se non conferma le mie aspettative, lo escludo. La relazione perde così il suo carattere di reciprocità e diventa uno strumento al servizio del proprio bisogno. Secondo: l’intolleranza alla frustrazione. La possibilità di ottenere risposte e gratificazioni immediate può rendere più difficile sostenere l’attesa. Se desidero, pretendo di avere; se soffro, cerco di anestetizzare subito il dolore. Si rischia di perdere la capacità di attraversare la frustrazione e di riconoscerla come parte dell’esperienza umana, anche quando essa può contribuire alla maturazione e alla profondità dei legami. A questo proposito, è prezioso il contributo di J.-B. Pontalis nel volume Tra il sogno e il dolore (Borla), nel quale l’autore esplora le relazioni tra vita psichica, sogno, memoria e dolore. Terzo: la confusione tra identità e profilo. Si costruisce un Sé ideale, filtrato e apparentemente perfetto, mentre cresce il timore che il Sé reale, fragile e vulnerabile, possa essere visto e giudicato. L’immagine pubblica finisce così per assumere un peso eccessivo, alimentando insicurezza, bisogno di approvazione e, in alcuni casi, forme di ansia sociale, particolarmente evidenti durante l’adolescenza. La ferita più dolorosa: l’insulto gratuito alla dignità In questo scenario, una delle manifestazioni più preoccupanti è la progressiva banalizzazione dell’insulto gratuito e dell’aggressione verbale. L’attacco alla dignità della persona è diventato, troppo spesso, una pratica ordinaria: un commento sotto un post, uno sfogo anonimo, una frase pronunciata senza considerare le conseguenze su chi la riceve. Eppure, l’insulto gratuito non può essere liquidato come una semplice opinione. Il confronto è legittimo, anche quando è acceso; l’umiliazione e l’aggressione verbale non sono forme di confronto. Colpire la dignità dell’altro significa smarrire il senso del limite e dimenticare che, dietro ogni profilo, esiste una persona con la propria storia, le proprie fragilità e la propria sensibilità. Le parole non sempre volano via. Possono lasciare ferite profonde, alimentare sfiducia e compromettere la possibilità di incontrarsi davvero. E rivelano, talvolta, la difficoltà di riconoscere e governare la propria frustrazione senza trasformarla in uno strumento per ferire gli altri. Quando assistiamo a simili comportamenti, non possiamo limitarci a condannarli: dobbiamo interrogarci sul modello di convivenza che stiamo costruendo e sulla responsabilità individuale che ciascuno di noi è chiamato ad assumersi. Non c’è volontariato, non c’è cura, non c’è comunità possibile se non ripartiamo da un principio fondamentale: la dignità della persona è inviolabile e non può essere subordinata al consenso, alla popolarità o al numero di like. Il virtuale ha dato a tutti un megafono, ma non ha insegnato a tutti la responsabilità di usarlo. Il volontariato come antidoto? Bari ospiterà il 7 e l'8 novembre , presso La Madonnina Life & Care, in viale Pasteur 18, il I Convegno Nazionale dell’Associazione Crocerossine d’Italia ETS, dal titolo «La forza del Volontariato: ponte tra l'umano e l’ir/realtà del virtuale». Non un convegno settoriale, ma un’occasione di riflessione e di confronto su una delle sfide più urgenti del nostro tempo: recuperare la qualità delle relazioni umane in una società sempre più attraversata dalla mediazione tecnologica. La forza del volontariato risiede proprio nella capacità di restituire presenza laddove rischia di esserci soltanto immagine, di reintrodurre il tempo dell’ascolto laddove prevale l’immediatezza, di riaffermare il valore del limite, non come repressione, ma come forma di rispetto e custodia dell’altro. Il volontario non si limita a esprimere una vicinanza attraverso un like: si fa presenza. Non si limita a connettersi: costruisce legami. Non dice soltanto «ci sono» attraverso una chat: sceglie di esserci con le mani, con il tempo, con le ore dedicate, con la notte trascorsa accanto a chi soffre. Il volontariato è un’esperienza profondamente umana che la tecnologia può sostenere, ma non sostituire. Si può organizzare online un intervento, coordinare una rete di aiuto e condividere informazioni; ma, quando arriva il momento della cura, occorre esserci davvero. Occorre saper ascoltare, sostenere, talvolta semplicemente restare accanto. Occorre offrire una mano umana, capace di trasmettere attraverso un gesto quella vicinanza che nessuna immagine può restituire pienamente. Quella scintilla che nasce dall’incontro è anche il senso più autentico del volontariato: siamo noi a decidere se il contatto con l’altro sarà una collisione che disumanizza o un incontro capace di umanizzare persino la tecnologia. La sfida, infatti, non è spegnere il virtuale. Sarebbe antistorico e anacronistico. La sfida è abitarlo con consapevolezza, mantenendo viva la capacità di dire: ti rispetto, so aspettare, ti vedo, non ti riduco a un’immagine. È urgente ricostruire la sana dinamica dei legami. La Puglia è da sempre terra di accoglienza, di approdo e di frontiera, capace di mettere in relazione mondi e storie differenti. Da Bari vogliamo rilanciare una riflessione che riguarda tutti: la realtà, con le sue contraddizioni, il suo dolore e la sua gioia, ci offre occasioni di incontro e di cura che nessuna rappresentazione virtuale, per quanto perfetta, può esaurire. Perché, alla fine, quando tutto tace e il cellulare si spegne, ciò che resta non è il numero dei follower. Resta chi ci ha tenuto davvero la mano.
La fatica di essere umani al tempo del virtuale: il virus che ha vanificato i confini